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2.8

Riassunto

Un disco da viaggio. Che ti porti dietro facilmente. Ti coccola senza mai però esplodere verso spazialità profonde. Un pochino di delusione ma nulla toglie che sia un disco che vale la pena ascoltare. I picchi ci sono, basta cercarli con attenzione e con gusto.

 

Benvenuti nel mondo della pianta alta 10 piedi. Alta tanto quanto basta, per un viaggio onirico nel Dub più strumentale e psichedelico. Loro sono 10 ft. Ganja Plant con il loro disco Present.


 

Siamo a più o meno a New York. Siamo circa nel 2000. Questo “circa” non è usato a caso. 10 ft. Ganja Plant è oggettivamente un collettivo musicale misterioso. Poco si trova online e poche sono le informazioni che si possono reperire. Questo alone che avvolge il progetto, non fa altro che amplificare la curiosità intorno al loro disco d’esordio “Presents”. Un disco composto da 12 tracce per quasi 51 minuti di viaggione onirico fra le varie galassie e i vari colori e fumi della Roots Dub.

Minimale quanto basta e profondo quanto serve. Le voci si presentano solamente dopo una lunga introduzione strumentale dettata dalle prima due tunes (Chalwa e Rebel In The Hills nda.). Dopo essersi riscaldati, con Good Time Girl l’atmosfera diventa ancora più solare. Coccolati dal basso che dolcemente sussurra. Un basso suonato. Le corde si fanno sentire, i pick up friggono per qualche traccia tanto quanto basta per creare quel effetto crispy che da maggiore definizione al suono.

Leggeri effetti overdrive e distorsioni si fanno sentire, ma anche in questo caso quanto basta.

Fin qui, tutto risulta equilibrato a cavallo fra la musica Roots Reggae strumentale e il Dub più conservatore. Quando in realtà in Sunny Foundation si presentano i primi elementi di elettronica. Pad atmosferici molti 80’s che passano dallo stereo da sinistra a destra e da destra verso sinistra. In un continuo dondolare tanto quanto farebbe un’amaca sulla spiaggia. Sunny Foundation porta l’ascoltatore negli anni 80. Per certi versi è anche una figata, anche se ammettiamo che dopo pochi minuti la saturation e il filtro usato sul pad cominciano a penetrare i timpani, tanto da quasi renderlo fastidioso.

La parabola ascendente a livello di ritmi e complessità viene brutalmente interrotta dalla bellissima “semplicità” di una chitarra in levare e da un organo “bubble”. Finalmente si nota la spazialità dei riverberi e degli echi spesso soffocati nelle prime battute. O forse lasciati leggermente da parte. Ma si sa, in album come questi vuoi viaggiare ed interpretare lo spazio. O almeno così dicono. In Why Can’t They Tell Us The Good News? si raggiunge uno dei momenti più alti a livello di Dub production. A tratti la chitarra ci porta in un’immaginario deserto fatto di sassi e sabbia. Caldo ma non troppo. L’Hammond squarcia le nuvole facendo apparire un sole cocente mentre il ritmo martella lentamente ma costantemente.

È tempo però di tornare nella nostra spiaggia con l’amaca (ve la ricordate? Quella di Sunny Foundation nda.) ma con un’altra mentalità. In un altro tempo. La voce torna protagonista. Il coro atonale e la voce che rende Jah Teach I A Lesson (come il testo nda) una canzone meditativa, religiosa, spirituale in pieno stile rastafari. Probabilmente una sezione percussiva più evidente o in primo piano avrebbe reso il tutto maggiormente più jamaican. Anche se la chitarra ci porta decisamente ai caraibi. Insieme all’immancabile Hammond ed organo che continuano a martellare in levare trasportando l’ascoltatore in un loop di colori e calore.

 

Off Road Version, traccia quasi transitoria. Metafora di un viaggio dalla spiaggia, ad una ipotetica tenda fumosa accampata poco più in là. L’ascoltatore ci si infila senza troppo pensarci entrando nel mondo di Jah Will Go On: brano sublime per la sua fumosità.

 

Finalmente le percussioni si fanno sentire e le voci riverberizzate, risultano spalmante nel panorama. Lontane. Il chorus è pressoché perfetto, contestualizzato in un climax perfettamente tribale, giamaicano. Da “saluto al sole” durante l’alba caraibica.

il viaggio di “Present” prosegue con la onirica e psichedelica Walkey Walk Tall (con tanto di diamonica in bella presenza nda.). Top Down poco ha da aggiungere artisticamente al disco fino ad arrivare alla steppa Politricking Man: veloce, pronta da ballare di fronte ad un soundsystem. Particolarità: la chitarra non molla nemmeno qui rimanendo sempre in prima fila nota non da poco in un brano veloce e steppa. Anche in questo caso, però, le percussioni e la profondità si percepisce poco. Con un goccio di riverbero qua e là sarebbe stata un piccolo gioiellino.

 

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